Per ognuno di noi, anche ad occhi chiusi, persiste ogni traccia degli orizzonti possibili. Persistono quelli appena pensati, quelli vissuti e quelli programmati, anche se poi non prenderanno forma. Tra le pieghe dei giorni, persino tra le raccolte dei ricordi accartocciati nel tempo, rimangono le impronte di quello che siamo, di quello che rappresentiamo per noi stessi. Di fronte alla considerazione che ci regaliamo, proprio lì, esattamente dietro il dito che tenta invano di nasconderci, si trovano gli orizzonti possibili. Si comportano bene, se osserviamo con attenzione: se ne stanno seduti su una grande panchina di legno massello e non ci danno la schiena, sono rivolti da questa parte. Ogni orizzonte possibile ha il suo particolare modo di stare seduto, mentre ci guarda. C’è l’orizzonte desiderato e solitario che si nasconde furbamente dietro quello coraggioso e avventuroso — anche se non riesce a fare a meno di ridere e muove continuamente le gambe —, mentre, ad esempio, l’orizzonte apparentemente prestabilito è seduto sul bordo e sta bello dritto, spalle larghe, sguardo rivolto in alto, proteso in avanti, occhiali da sole. Non teme di certo di essere ignorato. Il più prepotente, come possiamo constatare, è quello che indossa una maglietta dai colori sgargianti e gioca a fare l’equilibrista sullo schienale della panchina, infastidendo visibilmente i suoi compagni: si tratta dell’orizzonte che lasciamo scegliere agli altri. Una bella combriccola, non c’è che dire, ma non è la sola ad avere una grande panchina per sostare. Dalla parte opposta, ossia dalla nostra, proprio qui dal luogo in cui guardiamo quella dei nostri orizzonti possibili, c’è n’è una altrettanto grande in legno di olmo, un po’ datata e danneggiata nei dettagli, tappezzata di viti arrugginite che la tengono stoicamente insieme. È la panchina degli sguardi possibili ed ospita continuamente versioni alternative di noi stessi, versioni che hanno la capacità di modificarsi in relazione alla nostra crescita personale, voluta o semplicemente accaduta; versioni che si palesano in relazione alla nostra voglia di aderire fedelmente a quello che ogni giorno diventiamo, non solo a quello che siamo. Perché non siamo mai lo stesso atteggiamento di prima, mai lo stesso modo di fare e non incorporiamo mai la stessa energia di ieri; così come non saremo mai la medesima versione delle nostre azioni, nemmeno di quelle ripetute e metabolizzate, mai lo stesso raccolto di espressioni, né l’identica spremuta di emozioni, taciute o gridate. Siamo instancabile e puro divenire, anche quando siamo certi di essere arrivati, possiamo sentire la prossima andatura prenderci la mano: se guardiamo quotidianamente il nostro cambiare, allora sì, senza dubbio, abbiamo nello sguardo ogni nostro orizzonte possibile.
Poesia scelta: Case di Nikita Gill
Non voglio più costruire case
dentro cuori spezzati
cercare di aggiustare il tetto
che perde ancora lacrime
per qualcuno
e riparare assi di un pavimento
trascurato da altri.
Invece
andrò
nel mio cuore a forma di casa.
Con amore metterò ordine
nel caos
lasciato da altri
la adorerò al punto che nessuno
potrà mai più definirla infestata.
E infine
aprirò le porte
e mi darò il benvenuto a casa.
Consigli poetici al lettore curioso:
– Nikita Gill, Come arde il mio cuore – Lampi nell’animo, caos nelle ossa, Rizzoli, Milano 2017.