Quando ci capita di ascoltare il niente è una sensazione bellissima, non credete? Non intendo quei momenti in cui c’è solo silenzio, bensì l’esatto momento del dialogo interiore, quando tutto il resto tace di quel parlare convenzionale. È proprio nient’altro che dentro, con poche bugie. Le parole diventano flussi sovrapposti di immagini, profumi e suoni. Anche il linguaggio che non ha segni, lettere o regole linguistiche, in fin dei conti, è parola. Ne diciamo tante, di parole, ad esempio, quando stiamo seduti acconto a una persona cara, su un divano che ne sa, di noi: una mano poggiata sulla sua o composta è adagiata sopra un soffice ricordo; magari le dita sono intrecciate o lo sono i pensieri; forse i volti si scambiano piccole espressioni, come domande e risposte, oppure stanno ricordando, distrattamente, un viso assente. C’è qualche piccolo movimento per aggiustare la postura, un incrocio di occhi a soste alterne, che a tratti guardano un suono lontano, magari i sottili rumori della stanza. Poi il telefono interrompe l’esile connubio, o magari è il mal di stomaco, la tosse, un dolore da qualche parte. Magari è un impegno improvviso, rammentato insieme al flusso multicolore di pensieri stonati che non si lasciano davvero afferrare. Poi, d’un tratto, il silenzio si fa scambio di frasi senza scopo ed è un dire che appena sfiora, tocca tiepido e se ne va.
Ma le parole che tacciono, quando siamo davvero presenti con qualcuno, mettono il resto fra parentesi: sono il silenzio dell’autentica connessione; allora si odono filastrocche di momenti condivisi, risate tra l’erba in un giorno di sole, abbracci mai dati, viaggi d’infanzia, briciole di errori che si sarebbero potuti evitare (sempre ‘col senno di poi’). È un autentico ‘starsi a sentire’ se comprendiamo che ogni attimo sfugge, quando tenuto a debita distanza dall’attenzione dell’esserci. Forse abbiamo bisogno dei rumori per suonare la ritirata da noi stessi; forse ci sappiamo raccogliere meglio di quanto ci vogliamo accogliere; forse, e dico forse, abbiamo acquistato l’abbonamento sbagliato: ‘Distratflix’, magari ‘Amazon Primeopoi,’ e guardiamo la nostra personale serie in tv, mentre il presente timbra a bordo di un treno sola andata.
Quando ci capita di ascoltare quel niente, quel preciso niente che ha così tanto dentro, stiamoci davvero nelle parole non convenzionali, in quei silenzi di musica familiare, speciale, reale: non sempre concedono il bis, ma abbiamo un posto in prima fila.
Poesia scelta: O tu presso cui in silenzio di Walt Whitman
O tu presso cui in silenzio sovente mi reco ove sei, per poter stare con te,
Quando a te accanto cammino, o siedo accosto, o resto nella medesima stanza con te,
Poco tu sai del sottile elettrico fuoco, che per tuo amore in me vibra.
Consigli poetici al lettore curioso:
– Whitman W., Foglie d’erba, Einaudi, Torino 1997, p. 162.