Salta al contenuto principale

Ritorno all'Essere Umani

INDOSSO RISATE

Quel cantuccio riscaldato, impolverato, a tratti bistrattato, in cui troviamo un appiglio per rinsavire, si nasconde, più spesso di quanto ammettiamo, nella ‘casa della risata’. Immaginate un luogo caldo e non affollato, spesso bagnato da genuini raggi di sole, in cui germogliano fiori proibiti, storditi, irriverenti e, perché no, con l’apparecchio ai denti. Sono ridondanti, in questo luogo, cartelli, posters e striscioni, che ricordano ai passanti, o sostanti, che ridere non fa ammalare, e non costa, al contrario della nube grigiastra che viene usata per cappello, proprio lì, sulla bocca imbronciata. Per raggiungere un luogo così strano, c’è un segreto che va svelato – magari sottovoce, piano piano – e va intrapresa una strada particolare, una viuzza acciottolata, battuta di rado, troppo spesso dimenticata. Il segreto è un maglioncino di cotone da indossare – c’è la versione di lana, per chi, come me, non prova un prurito da grattarsi fino ai crampi –, la mattina, il pomeriggio e anche la sera. Attenzione, va sottolineato, non serve entrare piangendo in un negozio rinomato, perché si tratta di un capo che passa di mano in mano, viene donato, e quando non viene richiesto è ancora più apprezzato. Ce n’è uno – segreto dei segreti – a tiratura limitata, e in questa casa si trova nella stanza degli ospiti, primo piano, subito a sinistra, con il lettino singolo ben preparato, un armadio ad angolo a tinte verdi pastello, e una scrivania con un foglio e una penna: è il maglioncino dell’autoironia. Ve lo ricordate? Di solito è adagiato sul letto, nemmeno nell’armadio, per essere più visibile, e non è piegato, quindi lo si indossa in un baleno, o forse meno. Sembra incredibile, ma con questo speciale indumento, non solo indossiamo risate, bensì scriviamo la nostra storia esattamente su quel foglio bianco, con la tinta di un colore a piacimento. La penna, non è una penna qualsiasi, lo avrete sperimentato, scrive tremolante anche quando non ridiamo a crepapelle. Il motivo? Le risate, quelle belle, quelle che perdonano ogni errore e imperfezione che spingiamo nel ventre come una spada, rimangono nel tempo, e sono acqua, visiera, morbido divano e spalla che supporta. Ah, dimenticavo – ma lo sapete – c’è uno specchio alla destra del lettino, e se guardiamo bene, ci siamo noi, ognuno di per sé, anche con la verdurina tra i denti o il brufolino. Quello specchio, ci mostra comunque e non mente, forse ridacchia, si fa un giro, ma rispetta il volto da vicino. Ci vado spesso, in questo luogo un po’ fatato, e mi rido addosso, mi prendo in giro a perdifiato, e ne vale la pena, ogni volta, ogni risata, ogni nuova ironica fermata.    

 

Poesia scelta: Il bambino Supermacchia di Tim Burton.

 

È il più strano

fra i super eroi:

non ha poteri speciali

o auto con le ali,

se ne sta per i fatti suoi.

 

Accanto a Superman o Batman,

può forse sembrare banale,

ma per me è del tutto speciale

e vale più d’una acca:

è il bambino Supermacchia.

 

Non sa volare attorno ai grattacieli

o sorpassare un missile spaziale,

l’unica dote che pare abbia

è quella di lasciare ad ogni passo

una supermacchia.

 

So che a volte sta male

perché non sa correre o volare

e per quella sua sola abilità,

paga un conto salato nella lavanderia

della città.

 

Consigli poetici al lettore curioso:

– Burton T., Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie, Einaudi, Torino 1998, pp. 30-31.

Scopri di più da Ritorno all'Essere Umani

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere