Ritorno all'Essere Umani

ELOGIO DELLA LENTOSITÀ

Trascorrere le giornate ad occhi mezzi chiusi, per far finta di niente, con il timore nel petto e l’angoscia tra i denti, parrebbe normale, data l’abitudine a vivere agitati, insoddisfatti e spesso all’inseguimento di noi stessi. Ci piace indossare un bel paio di scarpe da corsa e correre lontano dalle questioni che ci attanagliano il cuore, che ci martellano le membra e ci rendono sempre più opachi. Siamo certi che determinate situazioni non possano cambiare, che indefinite quantità di cemento, acciaio o fuoco blocchino le possibili direzioni verso una modifica, un cambio di rotta. Comprensibile e quasi ovvio, data la poca attenzione che rivolgiamo a ciò che sentiamo o desideriamo, dato il mare di paure su cui navighiamo a bordo di un motoscafo, con un vento gelido a sferzare la pelle delicata e un orizzonte confuso, spesso disegnato da altri. Corriamo, acceleriamo, aumentiamo il ritmo degli obiettivi da raggiungere e l’ammontare delle persone da non deludere, delle dimostrazioni da dover dare (a chi, poi e perché?), dei favori, dei prestiti, delle scuse, degli impegni indesiderati, delle compagnie forzate. Qui, sotto i nostri vestiti, chi ci resta? Chi rimane a fare i conti con le dannate mancanze di rispetto che ci riserviamo? Sempre noi, solo noi. Quegli stessi noi che tardano a raggiungere Morfeo la notte, che si svegliano di soprassalto, che fanno fatica a respirare dignitosamente. Bene, in tutto il marasma di incoerenze che creiamo, abbiamo sempre una possibilità a portata di scelta e si chiama lentosità. Non è lentezza, non è l’opposto della velocità che tanto adoriamo, non si tratta di un modo di fare noioso e inconcludente. È una qualità naturale, la lentosità – come la luminosità, ad esempio – che ci potrebbe perfino mostrare quello che siamo e cosa vogliamo; è quel vivere prestando attenzione alle nostre necessità, ai nostri reali bisogni, ed è una strategia efficace per ricominciare a definire il concetto di rispetto globale. Se iniziamo a darci valore, possiamo trasmettere l’importanza del valore di ognuno; se ci preoccupiamo di essere senza sembrare soltanto, possiamo aiutare gli altri a trovare la loro essenza. Se ci diamo il tempo, quello salutare, neutro e non quello che ci fa solo saturare, tetro e condizionato, abbiamo molte possibilità. Questo è in parte un elogio della follia, perché bisogna essere un po’ folli per amarsi, giusto? Ben venga la lentosità, ben venga questo tipo di follia.

 

 

Poesia scelta: Piccola me di Francesca Cerno. 

 

Lasciami esplorare le mie profondità

là, dove i sogni si infrangono.

Piccola me.

Sono carne di coccio

preda di un tarlo

divenuto una talpa.

 

 

Consigli poetici al lettore curioso:

– Cerno F., Incidenti del cuore, Campanotto Editore, Pasian di Prato 2014, p. 12.

 

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