Ci riscopriamo amanti del bello di viverci, qualche volta, quando concediamo alla nostra Persona la possibilità di respirare la fragranza del nostro essere più autentico. Apriamo una finestrella sul cuore vulnerabile, gli sorridiamo a denti stretti, con le mani in tasca, una felpa scucita, i capelli spettinati dopo una notte tribolata, e facciamo un passo insicuro verso la porta d’ingresso; anzi, ne facciamo due, di passi, perché insieme a quello in avanti c’è sempre il successivo indietro, più arzillo del primo. Come biasimarci? L’apertura verso il mondo interno che siamo noi, oggi, fa più paura del mondo esterno che è tutto il resto. Uno dei motivi lo ritroviamo nel fatto che per entrare a salutarci, a scambiarci due chiacchiere sincere, serve un coraggio luminescente, bruciante; serve una sniffata di “sono stufo di maschere da giullare e sentimenti di pietra” per avere l’alterata lucidità necessaria a compiere il numero di passi adeguato. Stare fuori è sicuramente complesso ma anche preconfezionato, algoritmizzato, di frequente falso e sterile, ma comodo e rasserenante, per certi versi. La condivisione del nostro io più vero, invece, richiede un viaggio nelle viscere di chi siamo, senza prima classe, bicchieri di cristallo e montagne di caviale; è un viaggio imprevedibile, forse chiassoso e dolente, alle volte, ma potente nella sua semplicità costitutiva. Certo, semplicità, perché siamo così, ognuno di noi, in fondo: semplici esseri umani che si sono tatuati il secondo posto (se va bene) sotto una delle due natiche, così possiamo aggiungerci il peso corporeo ogni volta che rimaniamo seduti a lungo. D’altronde, un po’ di ipossia ci diverte, evidentemente. Così, senza badarci troppo, scorrono i giorni al ritmo di un amore che è a tutti gli effetti un disinnamore. Ma per chi o per che cosa? Un disinnamore per noi stessi, anche se dovrebbe essere il primo vero amore da sperimentare e coccolare, da spolverare e ristrutturare, continuamente, nonostante la fatica e tutti i rischi che comporta, amarsi. Gocce di sudore a parte, alla fine dei giochi, costa forse molta più fatica amare il resto senza un solido amarci alle spalle, perché quando decidiamo di “rientrare alla base” troviamo nebbia, fango e nuovi finti altari a rallentarci. Il coraggio di amarci è il significato dell’amore puro, è la sua esemplificazione. E non solo, è educazione, formazione e umanità. “Insegnami ad amarmi e saremo felici insieme, da soli e con tutti gli altri”, dovremmo dirci guardandoci nelle pupille del mondo e di ogni creatura conosciuta. Il disinnamore verso la nostra intima essenza crea vie scarne e fuorvianti, e non si tratta di egocentrismo o narcisismo, siamo a un altro livello: è incondizionato rispetto che impara e si allena a divenire rispetto verso ogni altro essere animato e inanimato.
Buon amore rinnamorato!
Poesia scelta: Noi ci temiamo come animali di Chandra Candiani.
Noi ci temiamo come animali
che studiano di sottecchi
le intenzioni dell’altro
ci teniamo a distanza
con uno sguardo sotterraneo
misuriamo la paura
con movimenti audaci e controllati
ci sottoponiamo a prove di avvicinamento
sguardi lanciati alle finestre
alle vie di scampo. Pronunciamo
una parola a bassa voce
saggiamo la vigilanza acustica dell’altro
valutiamo adocchiamo segnali
e infine un balzo ardente e luminoso:
un incalcolabile abbraccio.
Consigli poetici al lettore curioso:
– Candiani C., Pane del bosco, Einaudi, Torino 2023.