La conquista del mondo con occhi e piedi rappresenta un modo naturale per conoscere differenti noi stessi. Dinanzi alle risposte disparate che ogni luogo mette a disposizione, che ogni essere vivente trasmette, che ogni linguaggio traduce in essenza vitale e visione più o meno trasversale del ‘vivere’, si adagia la possibilità di scoprirci diversi. Non si tratta di un mistero, la nostra incompletezza quotidiana, bensì dovrebbe essere una consapevole verità da stringere tra le braccia e accarezzare. Siamo incompleti nella misura in cui appariamo costantemente mutevoli e cambiati rispetto al giorno precedente, perché va bene così, perché rientra nella nostra biologia, nel modo di abitare che ci caratterizza come specie. Mi sorge repentina una contraerea di domande, a questo punto: perché amiamo viaggiare? Abbiamo davvero desiderio di scoprire o nascondiamo un recondito bisogno di allontanarci da quel ‘noi stessi’ con cui facciamo i conti abitualmente? Possiamo viaggiare lontano tramite i sentieri interiori che potremmo imparare a scoprire? E ancora, qual è il movente che spinge ogni nostro impulso di spostamento? C’è da smarrire la compostezza, lo so, viene anche a me voglia di agitarmi impulsivamente sulla sedia da cui scrivo, grattandomi nervosamente il cuoio capelluto, stropicciandomi l’occhio destro sotto la lente degli occhiali, inclinando gli angoli della bocca. Nella nostra sfavillante epoca, che di epico parla a fatica, abbiamo troppo spesso tutto, o tanto, e la grinta per guardarci con il microscopio emozionale cede il passo al cercarci con l’ansiogeno telescopio. Ci pensiamo in posti diversi dai nostri, ci piacciono a volte di più (chissà poi per quale squinternato ragionamento); ci sentiamo insoddisfatti continuamente, presi dalla smania di apparire sorridenti e plastificati; ci raccontiamo tante di quelle storie che, inavvertitamente, collezioniamo edizioni a caro prezzo del nostro vissuto giornaliero. Abbiamo ogni volta tutto qui, anche se non siamo capaci di rimanere semplicemente in piedi nelle nostre pelli, dentro i nostri luoghi, con i nostri attimi storti, con le screpolature d’anima, le impolverate esperienze o le inevitabili lacune. Così, quasi come fosse vitale farlo, tendiamo più a partire che a restare. Ed è certamente un piacere e insieme una fortuna, poter assaporare il nuovo, l’immenso altro, l’ignoto; il motivo per cui tendiamo a voler sempre altro e altrove, però, fa tutta la differenza che possiamo immaginare. Ci sentiamo provinciali — come se fosse un problema —, ci riteniamo ‘poco’ se non collezioniamo esperienze ‘da urlo’ e selfie dalle latitudini più disparate del globo; pensiamo che una grande città — o un ‘illimitato’ ambiente naturale — rappresenti la risoluzione alla nostra irrequieta ricerca di chi o cosa siamo, che il continuo andare incorpori la soluzione allo smarrimento, al non sapere cosa farcene di quello che c’è. È facile cercare una versione di noi dentro lo sconosciuto scorrere altrove, è chiaro, è meno faticoso dell’affondare uno sguardo nelle temibili viscere che ci scorrazziamo appresso. Un secondo, aspettate un attimo: abbasso la musica nelle orecchie, mi alzo e cammino per la stanza guardandomi le mani, i piedi, toccandomi il viso con il solo desiderio di fare un giro attorno a me stesso. Cammino piano, mi gusto la terra sotto ogni passo, ringrazio per ogni cosa che ho faticato ad ottenere, a lasciare, a cambiare, per ogni desiderio che sto delineando e per tutte le mie inesattezze; raccolgo un po’ alla volta i pezzi frantumati che mi appartengono, quelli che non sono miei, ma che rispetto e accolgo, proteggendoli. Faccio un altro girotondo a braccia aperte e sguardo in alto, un saltello, un passo laterale e mi siedo. Scusatemi, a volte sento forte il bisogno di praticare presenza e gratitudine. Dove eravamo rimasti? Ah sì, al viaggiare per non accartocciarci, all’andare per la paura di scoprirci già abbastanza. Sarebbe troppo strano, vero? Come possiamo noi — piccoli e insignificanti esseri ‘carniformi’, chiassosi, talvolta maleodoranti e sciocchi, ingrati, inconsistenti o incontentabili — rappresentare una valida alternativa, una risorsa per la felicità o la serenità, anzi, la prima e magnifica risorsa per goderci l’esistenza e ricomporre una società contaminata dal nostro poco coraggio di ‘stare’? Come possiamo bastarci? Forza, proviamo tutti insieme: compriamo gratuitamente, ad occhi chiusi, il biglietto per la ‘casa’ che siamo, tendiamoci una mano aperta e morbida, allacciamo la cintura di sicurezza — la troviamo sulla spalla sinistra e dobbiamo portarla sull’anca destra — e stiamo comodamente seduti su una sedia in cucina, in salotto oppure a casa di un amico. Ecco fatto, godiamoci questo viaggio e poi apriamo Booking per scegliere una meta: sarà una goduria partire ‘con noi’.
Poesia scelta: Una notte ho bruciato1 di Leonard Cohen.
Una notte ho bruciato la casa che amavo,
ha illuminato un anello perfetto
in cui ho visto erbacce e pietre
oltre – niente.
Alcune creature dell’aria
spaventate dalla notte,
vennero a rivedere il mondo
e perirono nella luce.
Ora navigo da un cielo all’altro
e tutta l’oscurità canta
contro la barca che ho costruito
di ali mutilate.
Consigli poetici al lettore curioso:
– Cohen L., Leonard Cohen. Poems and songs, a cura di Robert Faggen, Everyman’s Library, London 2011, p. 61.
Nota 1: traduzione mia dall’inglese originale.