La vedo nitida, cristallina, la linea sottile che separa l’apparente bontà d’animo del donarsi sregolato e l’autolesionistica ferocia del disfarsi: è un’esile linea tracciata con pastelli azzurrognoli e rosseggianti, inavvertitamente mescolati e sovrapposti a tratti. Sopra questa mescolanza di sfumature pastellose, svetta una struttura che non dovrebbe passare inosservata, il castello del darsi. È una costruzione realizzata dalla nostra coscienza ubriaca di sani ideali, con pietre scelte attentamente dalla valle della salvaguardia personale e dell’autoconservazione.
Che differenza c’è tra l’azione del donarsi e quella del disfarsi? Se le guardiamo dal punto di vista dell’equilibrista sbarbatello e sorridente che abbiamo dentro, ci accorgiamo che sono la stessa cosa. Quando decidiamo di donare noi stessi come fossimo un regalo, senza riserve, lo facciamo involontariamente con l’intenzione di lasciarci al mittente, senza desiderare di riaverci indietro, ed è qui che si genera immediatamente il pericolo. Se ci doniamo, ciecamente, rischiamo di non poterci più riprendere e cadiamo nell’incapacità di gestire chi siamo, o ciò che siamo diventati. Perdiamo l’equilibrio. Da questa condizione, la possibilità di disfare il contenuto autentico della nostra persona è più vicino che mai, possiamo respirarne il profumo di muschio bianco. Sì, è vero, non è un odore sgradevole, anzi, quindi dobbiamo prestare molta attenzione.
Quanto siamo disposti a perderci? Non sarebbe più salutare imparare a darsi, per poi riprendersi, ossia a dare qualcosa di noi senza lasciare andare tutto indistintamente? Al bando l’egoismo, non si tratta di questo, e nemmeno di animo meschino o poco gentile, tutto il contrario, non confondiamoci; quando siamo in grado di dare senza perderci, possiamo donarci nel senso più altruistico, cioè con la capacità di fare ritorno. Si tratta, in questo caso, di fare davvero un dono a qualcuno, che non è donarsi imprudentemente, ma curare nel vero senso del termine, cioè nell’etica dello scambio. Chissà perché ci hanno inculcato nella zucca che la modalità più autentica di fare del bene, il Bene, è donarci, spesso a senso unico, senza la minima coscienza di dove stiamo andando o quanto ci stiamo indebolendo. Solo da qui, da noi integri (o quasi), possiamo creare un meraviglioso rapporto di reciproco darsi, in cui nessuno ha la pretesa di essere migliore, ma coltiva l’umile consapevolezza del ricevere. In questo modo, un genuino e rispettoso atto di scambio diventa il giusto dosaggio, non farmacologico, per combattere la prepotenza e il delirio, sempre più possente, di superiorità.
Poesia scelta: Solo di Edgar Allan Poe.
Fanciullo, io già non ero
come gli altri erano, né vedevo
come gli altri vedevano. Mai
derivai da una comune fonte
le mie passioni – né mai,
da quella stessa, i miei aspri affanni.
Né il tripudio al mio cuore
io ridestavo in accordo con altri.
Tutto quello che amai, io l’amai da solo.
Allora – in quell’età – nell’alba
d’una procellosa vita – fu derivato
da ogni più oscuro abisso di bene e male
il mistero che ancora m’avvince –
dai torrenti e dalle sorgenti –
dalla rossa roccia dei monti –
dal sole che d’intorno mi ruotava
nelle sue dorate tinte autunnali –
dal baleno in cielo
che daccanto mi guizzava –
dal tuono e dalla tempesta –
e dalla nuvola che forma assumeva
(mentre era azzurro tutto l’altro cielo)
di un dèmone alla mia vista –.
Consigli poetici al lettore curioso:
– Poe E. A., Il Corvo e tutte le poesie, a cura di T. Pisanti, Newton Compton, Roma 2012, p. 101.
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