Rimettersi in riga dopo uno stordimento è impresa audace, soprattutto se a scombussolare e infrangere la nostra solida quotidianità è un evento, una presenza-assenza, un fattore esterno. Ci sentiamo invadere uno spazio tiepido, tanto chiamato casa quanto considerato intimo, con la rottura del solido resistere a tutto, incessantemente. I confini entro cui ci sentiamo protetti e valorizzati, anche se a volte poco coccolati, sono fatti di semplici realtà; tra queste essenze troviamo un abbraccio stretto, che dalla radice di noi stessi ci avvolge calorosamente, con braccia tese a raggiungere ogni singolo angolo, ogni lato franato, ogni viso solcato da un pianto sommesso. Così, a volte, storditi e sorpresi cadiamo freneticamente in un vortice di attimi mescolati dal tempo, di ricordi fintamente sbiaditi o accantonati, e risuona dentro lo stomaco un’indomita musica sacra, quella che narra un presente collegato a tutto ciò che siamo stati. Partono i tamburi dell’infanzia, accompagnati, in crescendo, da un pianoforte adolescente baciato da mani che danzano su tasti di un corpo che muta, finché l’orchestra dell’età adulta prende il sopravvento, completa di ogni strumento, inclusiva di ogni tormento. Nel monsone incessante degli avvenimenti, teniamo il ritmo con il nostro andare, anche quando non sappiamo dove, per chi, o come. Si tratta di una quantità infinita di passi svolti a gran velocità, con rapide occhiate all’indietro o lunghe passeggiate distratte, in cui cerchiamo quelle braccia che vorremmo nostre, ma sono di altri. E gli altri, spesso, rappresentano una corda calata nel buio più nero, anche quando non la troviamo in mezzo alle torbide convinzioni, alle fissità, alle gelide solitudini. Gli altri, magari in silenzio, perdono la nomea di invasori e conquistano il trono della profondità, quella che non troviamo, o che ci sfugge dinanzi, rapiti dalla sopravvivenza. E ci vedono, ad occhio nudo, fin sotto la pianta dei piedi, e quei passi stentati li fanno con noi, senza stridere, felpati, nel rispetto di quello spazio che ci appartiene. Anche loro, in qualche modo, ci appartengono, per un po’, senza mai essere schiavi, e l’abbraccio diventa un tradursi che è vita. Leggiamo, in quel fondersi transitorio di toraci affini, calligrafie dimenticate, storie taciute e abbandonate, per tornare, ancora, condivisione.
Poesia scelta:
Acqua, sii una corda per la mia chitarra di Mahmud Darwish.
Acqua, sii una corda per la mia chitarra; sono arrivati i nuovi conquistatori
e i vecchi sono andati via. A fatica ricordo il mio viso
negli specchi. Sii la mia memoria perché io veda ciò che ho perso…
Chi sono io dopo questo esilio? C’è una pietra che porta il mio nome
sulla collina che si affaccia su quel che è passato
e terminato… Settecento anni accompagnano il mio corteo funebre dietro le mura della città…
Inutilmente il tempo ruota perché io salvi il mio passato da quell’attimo
che ora genera la storia dell’esilio in me… e negli altri.
Acqua, sii una corda per la mia chitarra, sono arrivati i nuovi conquistatori
e i vecchi sono passati a sud, come un popolo che ricostruisce i propri giorni
sui cambiamenti accumulati dal tempo: io so chi ero ieri,
ma chi sarò domani sotto i vessilli atlantici di Colombo? Acqua, sii una corda…
sii una corda per la mia chitarra. Non c’è Egitto, né Fez
in Fez, e la Siria è lontana. Non c’è un’aquila
sulla bandiera del mio popolo, non c’è un fiume a est di quel palmeto
occupato dai veloci destrieri Mongoli. In quale Andalusia si compirà la mia fine? Qui
o lì? Capirò di essere morto e di aver lasciato qui
il bene più prezioso: il mio passato. Non mi rimane altro che la mia chitarra…
Acqua, sii una corda per la mia chitarra. I conquistatori se ne vanno…
i conquistatori arrivano…
Consigli poetici al lettore curioso:
– Darwish M., Undici pianeti, trad. di Silvia Moresi, Jouvence, Milano 2018, pp. 27-28.