La pazienza e il bel vuoto non sono di casa, oramai, lo sappiamo bene, almeno quanto lo hanno compreso i tre robot che ricordano il genere umano nella prima puntata della serie tv Love, Death and Robots (godetevi quei 10 geniali minuti!). Arroganti e rapiti dal lungo autunno del nostro egocentrismo, percepiamo spesso una strana sensazione vicino al petto, a volte sotto il torace, in qualche punto indefinito, altre nel mezzo della testa, nello stomaco, oppure in qualsiasi altro luogo corporeo. Per farvi fronte acceleriamo il passo: il respiro diviene zoppicante, ruvido, e sembra quasi chiedere “il cambio” incespicando tra i suoi stessi rantoli, ad una magnanima zona di noi che, a suo dire, dovrebbe essere impostata per concederci il “turno di riposo”. Ebbene, con enorme stupore misto a fastidio e intenso prurito cerebrale, ci rendiamo conto che non esiste. Non esiste una zona di comfort in cui risanarci, dentro noi stessi, se la cerchiamo nella poltiglia confusionaria che abbiamo creato dal nostro quotidiano ipercinetico. Ci raccapezziamo, incerti nello scivolare frettolosamente, come sciatori a tutta velocità tra i pali troppo vicini, mentre il livello di sopportazione interiore si avvicina al bordo, gocciola e chiama, in qualche modo. In qualche modo alza il volume del “bisogno di cura” che ignoriamo. Quando suonano tutti gli allarmi, all’unisono, allora sì, giriamo pigramente la testa, ma cosa traviamo? Nessuno, perché guardiamo fuori, lontano, all’ombra dell’orizzonte. Siamo soli, finché non lasciamo uscire il vuoto per far entrare il vuoto, come scrive il poeta Chen Li, ossia finché non creiamo un po’ di spazio per noi, dentro di noi, fuori da quella sensazione di pieno che ci accompagna. Come possiamo ascoltare il richiamo di quella foresta dimenticata della nostra anima, se indossiamo cuffie di cemento armato e navighiamo a vista nel fango? Facciamo fatica a distinguere un lamento da una melodia; ci manca l’attenzione per i dettagli, per tutto il bello dei nostri dettagli umani; ci dimentichiamo della fragilità, della vulnerabilità, perché non abbiamo pazienza. E la pazienza, inesorabilmente, si trova anch’essa in una gabbia di tristezza, in attesa della libertà. Liberarla vuol dire lasciare andare il vuoto doloroso generato da tutto il pieno che ci riempie, che ci intasa, per lasciare emergere il vuoto benefico che ci appartiene. Questo vuoto è la possibilità di inalare ossigeno, di darci spazio vivibile, di viverci il tempo. La bellezza dell’essere vuoti si definisce da sola, con le sensazioni che sperimentiamo quando togliamo i sassi irrequieti della fretta e del caos.
Ci serve più noi, più silenzio, più pazienza.
Il bel vuoto ha la pazienza di restituirci noi stessi.
Ci vuole pazienza, per ricominciare ad ascoltarci.
Poesia scelta: haiku 58 di Chen Li
Apri la gabbia della tristezza:
fai uscire il vuoto
fai entrare il vuoto.
Consigli poetici al lettore curioso:
– Chen Li, Microcosmi. Haiku moderni, a cura di Rosa Lombardi, Elliot, Roma 2022.
– Love, Death and Robots, creato da Miller T., Fincher D., Miller J., Donen J., Netflix, USA 2019.